Visita alla Casa dei Bambini di San Lorenzo

Nel 1907, Maria Montessori inaugurò la prima Casa dei Bambini nel quartiere di San Lorenzo a Roma. Quella prima scuola esiste ancora e l’ho potuta visitare durante una visita educativa organizzata dal team di Boboto.

Per me entrare in questa scuola è stato al tempo stesso una specie di viaggio nel tempo, cercando di immaginare cosa fosse nel passato, e come entrare in un santuario, lí dove  la storia è incominciata.

Mi sono avvicinata al metodo Montessori grazie alle fotografie trovate sul web, ho letto i libri, ne ho discusso, ho frequentato un corso genitori e sto finendo un corso di differenziazione didattica per i 3/6 anni, mi manca la prassi, che non essendo maestra non avrò occasione di sperimentare se non a casa o nei laboratori che sono ben altro rispetto ad una scuola, e mi manca tanto tanto studio, però questa visita nel mio percorso personale è stata una svolta.

Su internet si vede spesso un aspetto in qualche modo di patinato del metodo montessori,  in contesti di evidente benessere, e i discorsi intorno al metodo, spesso fatti dai genitori, portano facilmente a pensare “Io non ce la farei mai! La maestra deve essere una santa! Con mio figlio non funzionerebbe”. Sembra che il metodo Montessori sia qualcosa di distante, per persone benestanti, per un certo tipo di bambini o, comunque, per adulti con una motivazione estrema, una cosa non per persone e situazioni normali, insomma.

Questa scuola travolge completamente queste idee.

Innanzitutto, è proprio una casa, neanche il nome Casa dei bambini è stato scelto a caso quindi, il fatto che sia una casa  permette ai bambini di gestire meglio il distacco, entrando in un ambiente non estraneo non sentono lo spaesamento dell’entrare nello spazio estraneo della scuola.

Poi, subito si elimina l’idea che “sì, il metodo Montessori è bello, però per classi con pochi bambini e molto ampie”, perché le due classi sono le classi di una normale scuola pubblica, non particolarmente grandi, anzi, una è proprio piccola, con un numero di bambini che normalmente viene considerato eccessivo per poter lavorare bene (25 in una classe, 20 nella classe piccola). Eppure… il metodo funziona lo stesso.

E il giardino è uno spazio verde, usato, amato, ma anche qui, assolutamente normale. Niente parco lussureggiante, giardino pensile, o percorsi sensorial-educativi. Ci hanno raccontato che ai tempi di Maria Montessori ogni bambino avesse il proprio quadrato di terra da coltivare, cosa che mi ha ricordato Il mio giardino semplice, il bel libro di Silvia Bonino, proprio perché anche a lei da bambina fu affidato un quadrato di giardino. Piccole cose che racchiudono un mondo di responsabilità, autonomia, contatto con la natura, attività sensoriale. Oggi è un bel giardino, con un’aula verde, le aiuole da coltivare, i giochi e una rosa parente della rosa sotto la quale Maria Montessori si metteva a leggere ai bambini.

Io ho visto scuole con parchi a disposizione che venivano usati meno e trattati più come luoghi in cui sfogarsi che come spazi reali in cui vivere. Ho visto aule delle stesse dimensioni con lo stesso numero di bambini devastate, perché si sa, in spazi così, con così tanti bambini, cosa ci vuoi fare?

Qui ho vista la cura di un metodo che è realmente rivoluzionario e quindi economico per definizione, un metodo che ha al centro il bambino e il suo sviluppo.

Certo per arrivare a questa semplicità apparente, c’è bisogno di uno studio continuo e attento e di un cambio reale di prospettiva sul bambino.  Forse alla fine è per questo che il metodo Montessori è così bistratto, e non per il presunto costo economico.

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